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La tv generalista senza idee: quando il futuro sembra il passato

C’è un paradosso che racconta meglio di molti dati lo stato di salute della televisione generalista italiana: mentre il pubblico cambia abitudini, le piattaforme moltiplicano le possibilità di intrattenimento e la fruizione dei contenuti diventa sempre più personale, la grande televisione sembra guardare indietro.

Il caso più emblematico è il ritorno di “Ok, il prezzo è giusto!”, storico game show nato televisivamente negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e arrivato in Italia negli anni Ottanta.

Il programma è stato inserito nei progetti della nuova stagione Mediaset, insieme ad altri titoli appartenenti alla memoria della televisione generalista. 

Non è il ritorno di un singolo programma a essere interessante.

È ciò che quel ritorno rappresenta.

Perché quando il principale gruppo televisivo privato italiano, invece di provare a immaginare il prossimo decennio della televisione, torna a pescare nel catalogo di qualche decennio fa, il problema non è la nostalgia. Il problema è la difficoltà, sempre più evidente, di inventare il futuro.


La tv generalista italiana guarda al passato mentre il pubblico cambia. Tra nostalgia, nuovi modelli e streaming, la sfida è tornare a innovare.

La televisione che ha smesso di rischiare

La televisione generalista italiana sembra vivere una fase nella quale la parola d'ordine è diventata rischiare il meno possibile.

E, dal punto di vista industriale, la scelta è comprensibile.

Un format già conosciuto possiede un marchio riconoscibile, una memoria presso il pubblico, una struttura collaudata e una maggiore prevedibilità commerciale.

Se poi un vecchio titolo torna a funzionare, diventa facile convincersi che il passato rappresenti una specie di assicurazione sul futuro.

Ma una televisione che continua a riproporre ciò che già conosciamo rischia di trasformarsi in un sistema conservativo.

Non necessariamente vecchio nei contenuti, ma vecchio nel modo di concepire il rapporto con il pubblico.

La questione non è dunque stabilire se “Ok, il prezzo è giusto!” possa essere divertente nel 2026. Può esserlo. Il punto è un altro: perché nel 2026 abbiamo bisogno di recuperare un format concepito per un ecosistema televisivo completamente diverso?


Il pubblico, intanto, è già andato altrove

La televisione generalista continua ad avere un peso enorme, ma i numeri raccontano un cambiamento strutturale.

Secondo l'AgCom, nel primo trimestre del 2026 Rai e Mediaset erano praticamente appaiate nel prime time considerando la Total Audience: 38,5% per il servizio pubblico e 38,4% per il gruppo Mediaset. Ma il dato viene calcolato includendo anche smartphone, tablet, PC, contenuti on demand e programmi recuperati nello stesso giorno. 

È proprio questa la parte interessante.

La televisione non è più soltanto il televisore acceso alle 21.


Il pubblico può iniziare un contenuto sul televisore, continuarlo sul telefono, recuperarlo il giorno dopo, guardare una clip sui social, commentarla su una piattaforma e passare immediatamente a un prodotto completamente diverso.

La concorrenza della tv generalista, quindi, non arriva soltanto da un altro canale.

Arriva da tutto.


Il vecchio modello non controlla più il tempo delle persone

Per decenni la televisione generalista ha avuto un vantaggio straordinario: decideva quando il pubblico avrebbe potuto vedere qualcosa.

La prima serata cominciava a una certa ora. Il programma durava un determinato numero di minuti. Il pubblico doveva esserci in quel momento.

Oggi è esattamente il contrario.

È il pubblico a decidere quando guardare, cosa guardare, quanto guardare e, soprattutto, quando smettere.


Questo cambiamento sembra banale, ma in realtà è una rivoluzione industriale.

Perché il modello economico della televisione generalista nasce attorno alla capacità di aggregare contemporaneamente milioni di persone davanti allo stesso contenuto.

Le piattaforme digitali hanno progressivamente smontato proprio questo presupposto.


Non serve più che dieci milioni di persone guardino la stessa cosa alle 21.30.

Possono esserci dieci milioni di persone che guardano dieci milioni di cose diverse.


E qui arriva il problema delle idee

Il vero limite della televisione generalista contemporanea non è quindi soltanto la perdita di pubblico.

È la perdita di immaginazione.

Si continua a ragionare per conduttori, fasce orarie, studi televisivi, prime serate, preserali, controprogrammazione e format. Tutti elementi che appartengono a una macchina industriale costruita quando la televisione rappresentava il centro dell'intrattenimento domestico.

Ma il centro non esiste più.

Esiste un ecosistema.

E dentro questo ecosistema la tv lineare è soltanto una delle possibilità.


La risposta non può essere semplicemente prendere un format del passato, aggiornarne la grafica, affidarlo a un volto contemporaneo e sperare che il pubblico lo accolga come qualcosa di nuovo.

Perché nuovo non significa soltanto vecchio format con una scenografia nuova.


La nostalgia come strategia industriale

Il successo di alcuni recuperi storici può naturalmente essere reale. La Ruota della Fortuna, per esempio, ha dimostrato che un marchio televisivo del passato può tornare a funzionare se inserito in un contesto editoriale efficace.


Ma proprio questo successo rischia di generare una conseguenza pericolosa: convincere gli editori che la soluzione sia continuare a scavare negli archivi.


Ed è qui che la nostalgia rischia di diventare una strategia industriale.

Se funziona un vecchio format, se ne recupera un altro.

Se funziona un vecchio conduttore, si richiama un altro volto storico.

Se funziona un programma degli anni Novanta, si cerca qualcosa degli anni Ottanta.

Il risultato potrebbe essere una televisione che non costruisce nuovi classici, ma ricicla quelli vecchi. Una televisione museo.


Ma il problema è anche economico

Sarebbe ingenuo pensare che tutto questo dipenda semplicemente dalla mancanza di creatività degli autori.

Dietro la televisione esiste un sistema economico complesso, fatto di investimenti, pubblicità, diritti, produzione, distribuzione, rapporti industriali e occupazione.

Un nuovo format è una scommessa.

Un format conosciuto è un investimento più facilmente difendibile.

E quando un mercato attraversa una fase di trasformazione, la propensione al rischio tende inevitabilmente a diminuire.

È uno dei motivi per cui il sistema può essere tentato di difendere ciò che conosce invece di finanziare ciò che ancora non conosce.


Ma questa prudenza, se diventa strutturale, produce un effetto paradossale: più il mercato cambia, più il sistema cerca sicurezza nel passato.


Gli equilibri costruiti in oltre mezzo secolo

C'è poi una questione ancora più profonda.

La televisione italiana non è soltanto un'industria dell'intrattenimento. È un sistema di potere, relazioni, competenze, professionalità e interessi costruito nell'arco di oltre mezzo secolo.


Rai, grandi gruppi privati, concessionarie pubblicitarie, società di produzione, talent, agenti, autori, giornalisti e una lunga filiera industriale hanno sviluppato il proprio equilibrio all'interno della televisione tradizionale.


Quel sistema non scompare semplicemente perché arrivano Netflix, YouTube, TikTok, podcast, creator economy e streaming.

E soprattutto non scompare senza reagire.

È naturale che un ecosistema così radicato cerchi di difendere la propria centralità.

Il rischio, però, è che la difesa degli equilibri esistenti venga scambiata per difesa della televisione.


Sono due cose molto diverse.


La nuova televisione potrebbe essere molto più aperta

Il cambiamento potrebbe invece portare a una televisione meno centralizzata.

Non necessariamente meno professionale, ma certamente meno dipendente dai grandi gatekeeper.

Un creator può costruire un pubblico senza avere una rete televisiva.

Un podcast può diventare un programma.

Una community può trasformarsi in un pubblico.


Un format può nascere online e arrivare successivamente sulla televisione tradizionale, invertendo il percorso che per decenni sembrava obbligatorio.

È questo il vero terremoto. Non il fatto che qualcuno guardi meno la televisione.

Il fatto che non sia più indispensabile passare dalla televisione per diventare un fenomeno televisivo.

La generalista non è destinata a morire

Dire che la tv generalista è in crisi non significa prevederne la scomparsa.


Anzi.


La televisione lineare possiede ancora alcuni vantaggi difficili da replicare: la capacità di creare eventi collettivi, raggiungere un pubblico molto ampio e costruire contemporaneità.

Il problema è che questi vantaggi devono essere ripensati.

L'AgCom ha rilevato per il 2025 una diminuzione degli ascolti televisivi sia nel prime time sia nell'intera giornata; il primo trimestre 2026 conferma inoltre un mercato nel quale i grandi operatori continuano a contendersi una platea ormai molto più frammentata. 

La televisione, dunque, non sta sparendo.Sta perdendo il monopolio del tempo libero.

Ed è una differenza enorme. Il vero rischio è diventare irrilevanti


La domanda che i grandi broadcaster dovrebbero porsi non è quindi: come facciamo a riportare il pubblico di vent'anni fa davanti al televisore?

Dovrebbero chiedersi: che cosa vuole guardare il pubblico di domani e perché dovrebbe farlo proprio con noi?

Sono domande molto più difficili.


Per rispondere servono nuovi linguaggi, nuovi autori, nuovi volti, nuovi modelli produttivi e soprattutto la disponibilità a sperimentare senza pretendere che ogni esperimento diventi immediatamente un successo.


Il problema non è riportare in televisione Ok, il prezzo è giusto!.

Il problema sarebbe se Ok, il prezzo è giusto! diventasse la metafora dell'intero sistema.


Perché una televisione che continua a cercare il futuro nel proprio archivio rischia di ottenere un risultato curioso: può anche conservare gli ascolti di oggi, ma potrebbe non avere più nulla da dire al pubblico di domani.


Il futuro arriverà comunque

La trasformazione, alla fine, non dipenderà dalla volontà dei broadcaster.

Arriverà comunque.

Potrà essere lenta, conflittuale, piena di resistenze e di tentativi di proteggere gli equilibri esistenti. Ma arriverà perché è già cambiato il comportamento delle persone.


E quando cambia il modo in cui una società consuma media e intrattenimento, prima o poi deve cambiare anche l'industria che quei media produce.


La vera sfida della televisione generalista italiana non è quindi recuperare il passato.

È avere il coraggio di produrre qualcosa che oggi non esiste ancora.

Perché il prossimo grande programma televisivo non dovrebbe essere quello che ricordiamo dall'infanzia.

Dovrebbe essere quello che, tra vent'anni, qualcuno ricorderà di aver visto per la prima volta nel 2026.


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